Tassare gli extraprofitti: chi paga davvero?
Il dibattito sulla tassazione degli extraprofitti è tornato al centro dell’attenzione, prima con riferimento alle banche e ora anche alle imprese energetiche. Il punto di partenza è comprensibile: quando un settore realizza profitti eccezionalmente elevati per effetto di circostanze esterne — l’aumento dei tassi di interesse, una crisi energetica o tensioni geopolitiche — può apparire ragionevole chiedergli un contributo straordinario per finanziare interventi a favore delle famiglie e delle imprese più colpite.
Ma chi paga realmente questa imposta?
Per rispondere non basta osservare il soggetto al quale lo Stato invia la richiesta di pagamento. Le imprese non sono entità astratte: appartengono ai loro azionisti, impiegano lavoratori, acquistano beni e servizi, vendono prodotti ai clienti e finanziano investimenti. Una tassa formalmente applicata a una banca o a una società energetica può quindi essere sostenuta, in proporzioni diverse, dagli azionisti, dai clienti, dai dipendenti o dai fornitori.
Un trasferimento tra famiglie e istituzioni
Se consideriamo inizialmente un’economia chiusa, la tassazione degli extraprofitti appare soprattutto come un trasferimento interno. Lo Stato sottrae una parte del reddito agli azionisti delle imprese interessate e utilizza il gettito per finanziare riduzioni fiscali, sussidi o servizi pubblici a favore di altre famiglie e imprese.
Non si crea direttamente nuova ricchezza. Si modifica la sua distribuzione.
Il quadro è ancora più complesso nel settore bancario. Tra gli azionisti di alcune importanti banche italiane figurano infatti le fondazioni di origine bancaria, che utilizzano i dividendi ricevuti per finanziare iniziative sociali, culturali, educative, sanitarie e di sostegno alle comunità locali. La riduzione degli utili distribuibili può quindi diminuire le risorse destinate a queste attività.
In questa componente, la tassazione non trasferisce necessariamente ricchezza dagli azionisti alle fasce più deboli. Può invece spostare risorse da una forma di redistribuzione territoriale e decentrata, realizzata dalle fondazioni, a una redistribuzione gestita attraverso il bilancio pubblico nazionale. Il risultato netto dipende dalla qualità e dalla destinazione della spesa: da un lato, quali progetti sociali non vengono più finanziati dalle fondazioni; dall’altro, quali famiglie o imprese beneficiano effettivamente delle entrate fiscali aggiuntive.
Non è quindi sufficiente affermare che la tassa sottrae risorse alle banche per restituirle alla collettività. Una parte di quelle risorse era già destinata alla collettività, sebbene attraverso canali diversi. Per valutare l’effetto redistributivo reale occorre confrontare non soltanto chi paga l’imposta, ma anche gli impieghi alternativi degli utili che vengono tassati.
Più in generale, il giudizio sulla misura dipende da almeno tre elementi: chi ha beneficiato degli extraprofitti, chi riceverà le risorse raccolte e quali comportamenti saranno modificati dall’imposta. Se il prelievo grava prevalentemente su soggetti con redditi elevati e finanzia aiuti mirati alle famiglie più vulnerabili, può produrre un effetto redistributivo. Se invece determina un aumento dei prezzi o una riduzione del credito, una parte del beneficio può essere annullata dai suoi effetti indiretti.
La presenza degli investitori esteri cambia il calcolo
L’Italia, tuttavia, non è un’economia chiusa. Secondo alcune stime basate sui dati della Banca d’Italia, gli investitori esteri detengono ormai circa la metà del capitale delle società quotate italiane.
Questo dato introduce una dimensione generalmente trascurata nel dibattito. Se una tassa straordinaria riduce gli utili distribuibili e il valore delle società interessate, una parte dell’onere viene sostenuta dagli azionisti esteri. Da questo punto di vista, il trasferimento non avviene soltanto tra famiglie e istituzioni italiane: una parte delle risorse può essere trasferita dagli investitori internazionali allo Stato italiano e, attraverso il bilancio pubblico, ai cittadini italiani.
È un possibile beneficio netto per il Paese, almeno nel breve periodo.
Non bisogna però concludere che metà della tassa sarà automaticamente pagata dall’estero. La quota effettiva dipende dall’azionariato delle singole società interessate, dalla reazione dei loro prezzi di Borsa e, soprattutto, dalla capacità delle imprese di trasferire il costo su altri soggetti.
Le conseguenze indirette
Nel caso delle banche, il maggiore prelievo potrebbe tradursi in dividendi più bassi, ma anche in condizioni meno favorevoli per depositanti e debitori: tassi più bassi sui depositi, spread più elevati sui prestiti, commissioni maggiori o minore disponibilità di credito.
Nel settore energetico, una parte dell’onere potrebbe essere trasferita sui prezzi finali oppure determinare una riduzione degli investimenti. Quest’ultimo effetto è particolarmente importante in una fase nella quale sono necessari ingenti capitali per la sicurezza energetica e per la transizione verso fonti a minore contenuto di carbonio.
Esiste poi un effetto meno visibile, ma potenzialmente molto rilevante: il rischio politico. Se il tema degli extraprofitti viene riproposto ogni anno in occasione della legge di bilancio, anche le aliquote effettive applicabili alle imprese diventano meno prevedibili. La tassazione rischia così di trasformarsi da regola relativamente stabile in una variabile utilizzata per far quadrare, di volta in volta, i conti pubblici.
Il problema è particolarmente importante in un Paese caratterizzato da un debito pubblico elevato, nel quale i governi possono avere un forte incentivo a reperire nuove entrate presso i settori che, in quel momento, presentano gli utili più elevati. Gli investitori devono allora considerare non soltanto i rischi economici dell’impresa, ma anche la possibilità che una parte inattesa dei suoi profitti venga assorbita da futuri interventi fiscali.
Questo rischio politico può trasformarsi in una componente sistematica del rischio Paese. Gli investitori possono quindi richiedere un rendimento più elevato per detenere azioni italiane, riducendo, a parità di altre condizioni, i prezzi di mercato delle società.
La perdita di valore colpisce tutti gli azionisti: quelli esteri, le famiglie italiane, i fondi pensione, gli investitori istituzionali e le fondazioni bancarie. Anche quando una nuova tassa non viene ancora introdotta, la sua continua evocazione può produrre un costo, aumentando l’incertezza e riducendo l’attrattività del capitale azionario italiano.
Gli investitori esteri possono sostenere una parte della perdita iniziale, ma possono anche ridurre in futuro la propria esposizione all’Italia. In tal caso, il beneficio fiscale immediato deve essere confrontato con il costo di lungo periodo derivante da una minore capacità delle imprese italiane di raccogliere capitale.
Il vero significato di “extraprofitti”
Rimane inoltre un problema concettuale: come si distingue un profitto normale da un extraprofitto?
Un aumento degli utili può derivare da una rendita inattesa, ma anche da investimenti effettuati in passato, dall’assunzione di rischi, da maggiore efficienza o da perdite precedentemente sostenute. Scegliere un singolo anno di confronto può produrre risultati molto diversi rispetto all’utilizzo della redditività media di un intero ciclo economico.
Una tassa ben disegnata dovrebbe quindi essere straordinaria, chiaramente delimitata nel tempo e applicata a una base imponibile capace di identificare rendite effettivamente eccezionali. Dovrebbe inoltre evitare di penalizzare gli investimenti e non dovrebbe essere modificata ripetutamente dopo il suo annuncio.
L’esperienza italiana mostra quanto sia delicato questo equilibrio. L’imposta sugli extraprofitti bancari annunciata nel 2023 provocò un’immediata caduta delle quotazioni e fu successivamente modificata. L’OCSE ha osservato che l’introduzione e la revisione della misura hanno generato incertezza e potrebbero avere effetti sulle decisioni di investimento e sulla disponibilità di credito.
Dal dibattito politico a un’analisi economica
La domanda corretta non è dunque se sia giusto “far pagare le banche” o “far pagare le compagnie energetiche”. Le domande da porre sono più concrete:
Chi sostiene economicamente il prelievo? Quanto grava sugli azionisti italiani e quanto sugli investitori esteri? Quanto viene trasferito a clienti e imprese? Quante risorse vengono sottratte alle iniziative sociali finanziate dalle fondazioni bancarie? Come viene utilizzato il gettito? Quali effetti produce sugli investimenti e sul costo del capitale?
La presenza di una quota elevata di investitori internazionali rende la tassazione degli extraprofitti potenzialmente vantaggiosa per il reddito nazionale: una parte delle risorse raccolte può provenire dall’estero.
Ma lo stesso meccanismo può generare un costo nel medio-lungo periodo se l’imprevedibilità fiscale riduce l’attrattività del mercato italiano. Se gli investitori iniziano a incorporare la possibilità che ogni settore particolarmente redditizio possa essere sottoposto a un prelievo straordinario, richiederanno un rendimento più elevato per investire in Italia.
Il possibile risultato è un aumento del costo del capitale non soltanto per le banche o le imprese energetiche, ma potenzialmente per tutte le aziende italiane.
La conclusione non è che queste imposte siano sempre giuste o sempre sbagliate. È che devono essere valutate come operazioni complesse di redistribuzione, nelle quali il gettito immediato rappresenta soltanto una parte del risultato complessivo.
Tassare un’impresa è semplice dal punto di vista formale. Capire chi paga davvero — e quali attività non saranno più finanziate — è molto più difficile.

